San Paolo, i sogni infranti e la voglia di storia nuove

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fotografia dall'alto del san paolo

ARTICOLO PUBBLICATO SULLA GAZZETTA DEL MEZZIOGIORNO DEL 23 GENNAIO 2021

Il Quartiere San Paolo oggi è uno dei quartieri più popolosi della città di Bari. Finito spesso agli onori di cronaca per episodi criminali, e spesso stigmatizzato dall’esterno come quartiere pericoloso. Etichetta che per anni ha segnato il territorio, e semplificato in questo modo la complessità della sua interpretazione nel ragionamento comune.

Quando cammino per le vie del San Paolo spesso mi capita di dover chiudere gli occhi per il sole improvviso sprigionato dal caleidoscopio dell’edilizia popolare: tra i famosi “grattacieli” e le “palazzine della difesa”, si spianano ampie zone di terra e verde. Se ti fermi in uno qualsiasi di quei punti e chiedi al primo passante come mai c’è quello spazio vuoto, ti racconterà delle centinaia di progetti che lì sono previsti. E alla domanda “E quando si realizzeranno?”, risponderebbe “Ah, boh, questo non lo so”.

Un filo di disconnessione dalle dinamiche e dalle politiche del contesto cittadino. Una distanza “mentale” più che “fisica”. Oggi, infatti, è possibile raggiungere in 12 minuti il “Centro” dalla fermata Tesoro della linea metropolitana leggera. Mentre sono quasi 25 anni che il territorio non riesce ad esprimere un proprio rappresentante nel Consiglio Comunale.

Eppure tante cose sono cambiate. E tante altre sono rimaste uguali. Camminando tra i cortili di Viale Puglia o di Via Candura ci sarà sempre, tra quelli che schiamazzano e buttano rifiuti in strada, un gruppetto di ragazzi intento a raccontarsi i loro sogni, speranze, paure. E questo succede in quegli stessi spazi che oggi ospitano parchi con giostrine, e che un tempo erano luoghi di ritrovo di giovani con ai piedi scarpe sporche di fango nei campetti di calcio improvvisati.

Appartiene oramai al passato lo stereotipo dell’abitante del quartiere San Paolo come di una persona in cerca di attenzioni, di una persona disadattata, di una persona che abbia bisogno di qualcuno per “stimolare il senso di appartenenza al territorio”. Molti ragazzi come me hanno vissuto sempre e solo qui, e il senso di appartenenza al territorio è, semplicemente, innato. Né si insegna, né si impara da qualche parte.

Perché dove gli altri vedono la maleducazione, io vedo un contesto sociale che ha avuto nel tempo una crescita differente. Dove gli altri vedono l’incuria e il degrado, io vedo un potenziale di sviluppo unico nel contesto cittadino. Dove gli altri vedono la mancanza di prospettiva, io vedo solamente sogni infranti di genitori, accanto a giovani ragazzi, loro figli, pronti a rimboccarsi le maniche per raccogliere quei cocci e crearsi nuove opportunità.

Uscendo dalla “piazza” di Viale Lazio e camminando verso la scalinata della Parrocchia San Paolo Apostolo, succede spesso che mi fermi ad osservare lo scenario che si apre davanti ai miei occhi. Una collina immersa nel verde dei pini di “piazza Romita”, e lì, lontano ma non troppo, il manto di Lama Balice immerso nel mare della costa adriatica. E in quella piazza, che in realtà di piazza ha solamente il nome, intitolata al ministro dei lavori pubblici che ha avuto l’intuizione dei quartieri residenziali, sono racchiusi i sogni e le speranze di tante persone. Le persone che negli anni ’60 iniziavano a popolare il Quartiere e che dal centro cittadino raggiungevano le loro nuove case, in alcuni casi accompagnati dalle camionette dell’esercito. Oppure a cavallo, come mio nonno, carabiniere. “Non c’erano strade all’inizio, noi seguivamo la croce della chiesa in altura per orientarci e raggiungere il Quartiere”, mi raccontava. Questo testo lo dedico a lui, e ai sogni di tutta la sua generazione.

Ora tocca a noi ricostruire l’immagine del nostro Quartiere e creare un nuovo racconto, un nuovo storytelling. Uno storytelling che allo stigma del passato affianchi la “realtà”, ben diversa da quella solitamente raccontata. Perché è proprio la quotidianità e la semplicità degli abitanti di periferia che rendono i luoghi unici per chi ci abita e così enigmatici per gli altri che li raccontano.

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